E' tempo di vivere

Buona vita a tutti!

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AMELIA ROSSELLI - UN NOME CHE NON FA AUDIENCE

Il 2010 segna gli 80 anni della nascita di Amelia Rosselli, poetessa di un’ Avanguardia ben diversa da quella del famoso “gruppo ‘63” di cui oggi ricordiamo con vivacità e rimpianto soprattutto il capofila Edoardo Sanguineti.
Di lei però sembra sfuggire anche il nome, nonostante sia stata forse l’ultima poetessa delle ‘viscere e non della penna’ di cui il secolo scorso possa vantarsi.


Un episodio tragico segna la vita e l'opera di Amelia Rosselli cioè l'assassinio del padre Carlo, quando la poetessa ha poco più di sette anni. Un episodio esemplificativo della contrazione tra il vivere e lo scrivere: Carlo Rosselli (Roma, 1899-Bagnoles-de-l’Orne, Alençonù 1937) fu animatore con Pietro Nenni della rivista ‹‹Quarto Stato››, venne confinato dai fascisti a Lipari, figurò tra i fondatori del movimento Giustizia e Libertà (Parigi, 1929), fu combattente in Spagna con i repubblicani (1936), ed infine venne brutalmente assassinato col fratello Nello dai fascisti francesi su mandato dei servizi segreti italiani nel 1937. (clicca qui)
Di quel padre strappatole nell'infanzia Amelia sentirà il vuoto per tutta la vita, tentando di stabilire con lui un difficile, improbabile ponte, che si distenda oltre l'aldilà, cercando briciole del suo amore in un ricordo straziante:

Ossigeno nelle mie tende, sei tu, a
graffiare la mia porta d'entrata, a
guarire il mio misterioso non andare
non potere andare in alcun modo con
gli altri. Come fai? Mi sorvegli e
nel passo che ci congiunge v'è soprattutto
quintessenza di Dio; il suo farneticare
se non proprio amore qualcosa di più
grande: il tuo corpo la tua mente e
i tuoi muscoli tutti affaticati: da
un messaggio che restò lì nel vuoto
come se ad ombra non portasse messaggio
augurale l'inquilino che sono io: tua
figlia, in una foresta pietrificata.


Una vita in esilio
La vita di Amelia Rosselli inizia già in esilio: nasce a Parigi nel 1930, dove il padre si era rifugiato nel 1929 dopo essere scappato da una prigione fascista. Nel 1940, infatti, Amelia si trasferisce con la nonna e la madre Marion Cave, un'attivista cattolica irlandese, dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, trascorrendo l'adolescenza in compagnia dei classici inglesi e delle prime composizioni musicali. Ritorna poi in Italia nel 1946, dove scopre che gli studi compiuti all'estero non le possono essere riconosciuti. Così torna nuovamente in Inghilterra, e si dedica allo studio della musica e della composizione che insieme alla sperimentazione linguistica, renderanno unica la poesia di questa scrittrice apolide.
Nel 1948 torna a Firenze e poi a Roma, dove, dopo la morte della madre, inizia a tradurre dall'inglese per la casa editrice Edizioni di Comunità e a dedicarsi a studi letterari e filosofici; ma lo stress del lavoro, il nuovo lutto e l'intensità dei suoi studi, le causano un esaurimento nervoso; nel 1969 le viene inoltre diagnosticato il morbo di Parkinson.
Nonostante i tanti problemi e le costanti nevrosi, Amelia continua a studiare musica e a frequentare l'ambiente artistico e letterario di sinistra del primo dopoguerra, contesto in cui avvenne l'incontro con lo scrittore Rocco Scotellaro, presentatole da Carlo Levi.
La Rosselli inizia dunque a pubblicare i primi versi, su riviste come ‹‹Botteghe oscure››, proprio insieme al poeta lucano, cui sarà legata da un intenso e sfortunato rapporto d'amore, interrotto dalla prematura morte di lui nel 1953.
Dal 1950 al 1963 approfondisce gli studi etnomusicali, esperienza che si materializzerà nella costituzione della sua particolarissima lingua poetica. Lavora contemporaneamente come traduttrice, musicista, compositrice ed esecutrice. Alterna al lavoro di traduzione, la consulenza editoriale e la collaborazione a varie riviste, tra cui ‹‹Civiltà delle macchine››, ‹‹Nuovi Argomenti››, ‹‹Il Verri››, ‹‹Art and Literature›› mentre diventa redattrice della rivista di letteratura ‹‹Tabula››.
Amelia però si tiene piuttosto in disparte dall'ambiente dell'Avanguardia, sia per l'impronta in maschile del gruppo sia per le sperimentazioni unicamente di natura linguistica del genere poetico avanguardistico: la lingua della Rosselli è una lingua del buio, del privato, e in quanto tale, labirintica e priva di codici.

Pasolini e la scrittura al femminile

E’ infatti Pasolini a scoprire la poesia di questa scrittrice, che definisce ‹‹la più grande poetessa del Novecento››; Pasolini pubblica nel 1963, sulla rivista letteraria ‹‹Il Menabò››, diretta da Italo Calvino, ventiquattro poesie della Rosselli e descrive la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da ‹‹una grammatica di errori nell'uso delle consonanti e delle vocali››. E’ sempre Pasolini il primo a riconoscere, nello stile di Amelia Rosselli quella venatura di tragedia collettiva: ritornano i grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono l’opera pasoliniana, ma arricchiti da una dimensione numinosa femminile, tragica e dissacrante, che unisce alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma una scrittura pericolosamente libera Nel 1962, arriva la prima grande opera di Amelia Rosselli: Variazioni belliche (1964). In questa raccolta si legge il ritmo spossante della sofferenza, la fatica del vivere dopo un'infanzia dolorosa che aveva segnato la sua vita di donna. L'accostamento continuo di aggettivi come lattante e latitante mostrano l'impronta della vita inconscia e psichica dell'autrice, liberando e chiudendo il verso in una frammentazione di emozioni che devono essere rimesse insieme.

Disse bene anni dopo il critico Pier Vittorio Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli definendola: ‹‹un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un'attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale››. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi.

I miei occhi non s'aprono, dal
sonno o dalla tortura [...]

[...] ho un cuore che scotta
e poi si sfalda per ingenuamente ricordarsi
di non morire.

Con la malattia in bocca
spavento [...]

Il mondo è una ferita lacerante, un errore, un nonsense; la vita è arida, sterile, e agli uomini non è dato neppure sperare che migliori senza subire la scottatura della disillusione; il corpo è rigido come un cuore che ha troppo sofferto, segnato da troppi abbandoni, senza ricevere nemmeno il calore della solidarietà, perché il mondo è popolato da elefanti ottusi. Ottusi come nel suo Diario ottuso [1954-1968], esempio di una prosa evidentemente autobiografica: d'altronde quale scritto, partorito da una donna mossa eternamente dall'amore e dal dolore, poteva non essere autobiografico? Amelia racconta in forma di prosa poetica vent'anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l'incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l'amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l'inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico / innamorato morto.

Dopo che la luna fu immediatamente calata
ti presi fra le braccia, morto [...]
[...] Mondo pollame divenuto malaticcio
duna di morti [...]
[...] Tu salito nella bruma
ti vedo lontano che ti aggiri
consigliando
che ne è di me e di te ora dopo la morte
tu, sui colli.

Un delirio consapevole

Che fu di lei dopo quest'ennesima perdita ed il progressivo aumentare delle nevrosi, è l'autrice stessa a dircelo, in uno dei pezzi più sconvolgenti della letteratura italiana novecentesca: Storia di una malattia. In questa breve prosa Amelia Rosselli inizia col dichiarare di essere afflitta da una malattia, definendola in modo oggettivo e consapevole, anche se la donna non accettò mai fino in fondo la diagnosi di schizofrenia paranoide che le venne fornita da numerose cliniche svizzere e inglesi:

Da dove partano certi attacchi a volte resta un mistero, o un mezzo mistero; ne seguono ipotesi a dozzine, alcune probabili alcune scartabili. Ma in questo caso (di cui intendo dare descrizione) fu un medico ad avere il coraggio d'accusare e specificare “l'origine del male”. Questo nel 1975; le “noie” duravano dal 1969, il male si fece specifico nel 1971, la “malattia” si fece acuta nel 1974 e peggiorarono le condizioni nel 1967-77. Poi vi fu un brusco calo della febbre.
La malattia era la Cia [...]La cura fu lunga e costosa, e vi sono ricadute.

Amelia descrive in maniera precisa, quasi maniacale, il decorso della sua malattia, utilizzando a volte delle perifrasi per dare ad essa un nome, ma mostrando di sapere di essere afflitta da un male oscuro e di avere bisogno di aiuto. La Rosselli dice inoltre che la sua cura è lunga e costosa e che vi possono essere ricadute, ammettendo così di non esserne guarita del tutto al momento della stesura dello scritto: il 16 settembre 1977.

Agli inizi si trattava di poca roba: qualche cappuccino servitomi drogato ai bar del Trastevere, ma ripetutamente. [...]Dai tabaccai metà delle sigarette erano drogate [...] le conversazioni telefoniche erano ascoltate [...] Un giovane carabiniere si mise d'accordo con un mio inquilino (affittavo una terza stanza) nel porre una dose un po' gigantesca di droga nei miei cibi. Forte della sua autorità si era fatto fare una copia delle chiavi di casa accordandosi col fabbro [...] Il portiere dello stabile anche lui faceva stranezze [...] Dovetti traslocare [...] Cominciai a notare che venivo “auscultata”, cioè ascoltata.


La donna crede di essere perseguitata e tormentata contemporaneamente dagli uomini della Cia e dai fascisti (in quanto appartenente al Pci). E’ convinta, probabilmente, di essere destinata alla stessa tragica fine del padre.
Dopo qualche capoverso infatti s'inizia ad avvertire la stranezza di questo brano: Amelia non utilizza mai, per introdurre gli episodi delle sue persecuzioni immaginarie, espressioni come
credevo di essere, mi pareva di, immaginavo che; il lettore, dopo l'ammissione di malattia iniziale, resta come sospeso tra la dimensione reale e quella irreale, ma ancora propenso ad interpretare le descrizioni di Amelia come eventi narrati, efficacemente, in medias res. E’ quasi come se l'autrice volesse trascinare il pubblico all'interno del proprio labirinto, per trasmettere l'angoscia vissuta grazie al meccanismo dell'immedesimazione.

Una notte mi svegliai soffocando, e sentii come la stanza piena d'onde elettromagnetiche, e me con le gambe addormentate e formicolanti [...]. Sospettai invece che qualcuno fosse andato nella cabina dello, stabile, a rialzare la corrente. [...]Seguirono incidenti vari con macchine chiaramente d'origine fascista. Ebbi diverse cadute dal motorino, con traumi cranici relativi.

Inizia poi anche il tormento delle voci e così la scrittrice sceglie di restare in casa, al buio, per
non essere vista; nel frattempo nel suo quartiere (Cavalleggeri) si spargono voci diffamanti sul suo conto, riguardo al suo essere schizofrenica, drogata, deviata.
Dopo pochi paragrafi di questa prosa biografica si arriva però ad uno scambio totale tra piano reale e piano irreale

Proprio prima di portare protesta all'Ambasciata Americana venni come al solito gravemente minacciata: questa volta mi si era piazzata una dose veramente forte di forse oppio, fra i miei cibi o medicinali. Arrivai all'Ambasciata mezza morta [...]. Comunque nell'autunno del 1976 le cose cominciarono ad andare per il meglio tramite l'intervento di Terracini e della segreteria particolare di Sandro Pertini. Dopo qualche mese venne eliminato l'uso del radar; le violenze diminuirono e soltanto sporadicamente s'infiltravano veleni in casa [...]. Anzi a quanto pare non una sola mia parola venne creduta riguardo alla Cia, con relativo piazzamento di acidi, addirittura nel fondo della vasca da bagno e nelle scarpe oltre che nei medicinali.

Amelia Rosselli accetta di entrare in un ospedale psichiatrico in Inghilterra, e viene sottoposta all’elettroshock. Rientra a Roma nel 1977 (anno di composizione di Storia di una malattia), ma continua, probabilmente per tutta la vita, ad essere tormentata dalle sue noie.
La
sua morte si materializza in modo quasi scontato, immediato, in quell' ultimo volo da una finestra della mansarda in Via del Corallo, a Roma, l'11 febbraio 1996.
Suicidio avvenuto esattamente trentatré anni dopo di quello di un'autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione, Sylvia Plath.

Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere. Per questo tanti poeti muoiono giovani o suicidi. […] non mi riconosco più scrittrice da cinque anni. Non sento di avere talento, ora. È come non riuscire a parlare una lingua. È terribile.

(Rosa Revellino)