
La prevenzione si fa sui grandi numeri e, almeno da questo punto di vista, questa pratica medico-sanitaria ha contribuito non poco a disumanizzare la medicina.
Quando l’utilizzo di un vaccino o di un esame salvavita viene valutato epidemiologicamente soltanto come numero di morti evitate, è evidente che la vita intesa come bene necessario individuale, la nostra, quella alla quale siamo tanto attaccati, perde di valore, si diluisce nel mare magno di concetti astratti quali “sopravvivenza”,”Evoluzione”, “biologia”… “morte”: la realtà più inimmaginabile.
È la sempre più evidente limitatezza delle risorse a rendere indispensabile in sanità l’epidemiologia e la prevenzione. Ma, non soltanto per semplici motivi di natura economica, mai come in questo periodo storico, e forse ancora di più in futuro, diventerà fondamentale studiare i risultati e riflettere sulle pratiche preventive attivate. Il fatto che uno screening corra il rischio, ad esempio, di rovinare inutilmente la qualità di vita di milioni di uomini non diventerà forse mai il primo motivo per mettere in mora quell’indagine medico-sanitaria; questo è un “vulnus” che la medicina contemporanea dovrà risolvere acquisendo semi sempre più robusti di “humanitas”. Il problema è di filosofia della medicina e lo si deve quindi studiare e possibilmente risolvere con molti strumenti culturali ma di natura non scientifica. Fondamentale in questo percorso è però rendersi conto della intrinseca importanza di questi strumenti: si pensi soltanto all’etica e alla deontologia.
La notizia che segue, tratta dal periodico “Scienza e professione” n°2-2010 è perfetta per descrivere le complesse dinamiche culturali che ruotano oggi intorno alla prevenzione in sanità.
Basta vedere i commenti che ha suscitato; tra i numerosi ne abbiamo scelti due che vi mettiamo a disposizione come link: clicca qui e clicca qui
Screening oncologici: pratica utile, inutile o dannosa?
Un editoriale di JAMA suggerisce che la pratica di alcuni screening oncologici dovrebbe essere ripensata.
Un editoriale pubblicato dal Journal of the American Medical Association (JAMA) (vedi il link: clicca qui) focalizza sugli screening oncologici.
In particolare gli autori affermano che lo screening per il cancro mammario e quello per il cancro quanto le metodiche attualmente usate non hanno portato ad una riduzione significativa dei decessi dovuti a queste due patologie. E' necessario un ripensamento. La questione principale con i due tipi di screening incriminati è che essi hanno portato ad un aumento delle diagnosi di tumori a basso rischio senza ridurre quelli a rischio elevato. Sia la mammografia che il dosaggio del PSA
hanno portato a ben documentati sovradiagnosi e sovratrattamenti.
Tutto questo non significa che lo screening sia sbagliato: è l'informazione che si fornisce ai pazienti che rende lo screening buono o cattivo. Il messaggio che si deve dare ai pazienti circa lo screening deve cambiare ed evolversi. Ovviamente le persone preferiscono messaggi semplici (del tipo che lo screening funziona), mentre non capisce e si trova in imbarazzo con la complessità. Invece, purtroppo, la questione è molto complessa e i pazienti devono cominciare a confrontarsi col fatto
che molti tumori scoperti con lo screening evolvono molto lentamente e possono non necessitare di trattamento.
Altre informazioni che devono esse-re fornite ai pazienti sono le seguenti:
1) lo screening produce anche effetti negativi
2) non tutti i tumori vengono scoperti con lo screening
Gli autori dell'editoriale calcolano che circa un milione di uomini negli USA sia stato trattato inutilmente per un cancro prostatico da quando il dosaggio del PSA è entrato nell'uso.
L'editoriale nota che la mortalità da cancro prostatico non è significativamente diversa tra gli USA e la Gran Bretagna, dove lo screening non è entrato di routine.
Sullo screening mammografico i dati sono ormai chiari: devono essere “screenate” 838 donne di età compresa tra 50 e 70 anni per sei anni per salvare una vita. Tuttavia nello stesso tempo ci saranno centinaia di biopsie e molti tumori operati che non sarebbero mai diventati pericolosi per la
vita.
L'editoriale punta a quattro nuovi approcci:
1) mettere a punto markers più efficaci che possano identificare i tumori pericolosi che necessitano di trattamento
2) ridurre i trattamenti dei tumori a basso rischio, dato che attualmente esistono metodi per identificare rischio ridotto: per esempio tumori prostatici di piccole dimensioni e
con basso punteggio di Gleason (questi tipi di lesioni dovrebbero essere chiamati lesioni indolenti di origine epiteliale e non cancri).
3) migliorare l'informazione ai pazienti prima di sottoporli allo
screening enfatizzando i benefici, ma anche i lati negativi della pratica
4) migliorare la prevenzione, per esempio con l'uso di farmaci di provata efficacia preventiva, come la finasteride per il cancro prostatico e tamoxifene e raloxifene per il cancro mammario.
Chiesto dal New York Times di commentare l'editoriale di JAMA il
dr. Otis Brawley, chief medical officier dell'American Cancer Society, ha ammesso che, in effetti i benefici di alcuni screening oncologici (per esempio quello mammario e prostatico) sono stati sovrastimati e che la Medicina Americana ha promesso con gli screening più di quanto poteva mantenere.
In seguito, tuttavia, il dr. Brawley ha firmato una presa ufficiale dell'American Cancer Society (vedi il link clicca qui) in cui si evidenziano i benefici dello screening. Lo screening mammografico è efficace e le donne devono continuarlo; per quanto riguarda lo screening con PSA l'ACS consiglia una decisione
consapevole del paziente dopo adeguata informazione.
Fonte:
Laura Esserman,Yiwey Hshieh and Ian Thompson (vedi i link: clicca qui Rethinking Screening for Breast Cancer and Prostate Cancer.
JAMA. 2009;302:1685-1692.