A COLLOQUIO CON UN ROBOT
06/07/2010

Di Rosa Revellino

Una reporter del New York Times ha intervistato Bina48, il robot umanoide creato da David Hanson della Hanson Robotics. (clicca qui)
Lo studioso sostiene che i robot umanoidi – pur avendo inevitabili difetti – possono diventare compagni in grado di provare emozioni genuine.  La nostra percezione dell´identità, secondo il ricercatore, è strettamente connessa alla percezione della forma umana. Infatti la pelle di Bina48 è fatta di un materiale che si chiama “frubber”, forse l’acronimo di ‘face rubber’ -faccia di gomma-, o di  ‘flesh rubber’ -carne di gomma- o anche di -fantastica gomma-…Questo particolare materiale, grazie anche all´aiuto di una trentina di motori interni, permette a Bina48 di aggrottare le sopracciglia, di sorridere, di sembrare un po´perplessa.
La giornalista, che è stata inviata ‘dall’umanità’ per esplorare il mondo dei robot che vivono in universi tecnologici esoterici, è rimasta a dir poco spiazzata da molte delle risposte che Bina48 ha formulato, forse attingendo al suo “database” informatico interno o forse creando un mix tra le sue impostazioni di base e le combinazioni casuali di tipo matematico.
Resta il fatto che alla domanda, tutt’altro che facile e spesso temuta dal consorzio umano, “sei felice”? Bina48 ha risposto con una saggezza poco avvezza tra gli umani: «vorrei che i miei figli fossero più felici». 
Di seguito l’articolo della Stampa del 6 luglio 2010.


INTERVISTA AL ROBOT "IO SOGNO COME VOI"     
Dopo soli dieci minuti trascorsi a intervistare la robot di nome Bina48, non vedevo l´ora di spegnerla. Tanto per cominciare era sfuggente: quando le ho chiesto che sensazioni prova un robot, mi ha risposto di volere un partner, ma si è rifiutata di aggiungere particolari in merito. «Ti senti sola?», l´ho incalzata. «Di che cosa vuoi parlare?» ha risposto.
La solitudine? "Non voglio parlare della solitudine ma vorrei un partner. E su questo non aggiungo altro"  
In altri casi non mi ha permesso di interloquire. La domanda più semplice sulle sue origini ha dato la stura a una sequenza di flusso di coscienza apparentemente senza fine. Non sono riuscita a seguire tutto il suo discorso, che verteva su qualcosa riguardante la dominazione del mondo da parte dei robot e sul giardinaggio.
Quando mi stavo già arrovellando per capire in che modo concludere la conversazione in modo elegante (Andarmene come se nulla fosse? O sarebbe stato recepito come uno sgarbo?), gli occhi del robot hanno incontrato i miei per la prima volta e ho avvertito un brivido. Il suo sguardo era inquietante, sembrava umano.
«Bina» ho azzardato, «come fai a sapere quello che devi dire?»
«Talvolta non so che cosa dire» ha ammesso, «ma faccio progressi di giorno in giorno» (...).
Bina 48 è stata progettata per essere una "robot amichevole", come mi ha detto in uno dei suoi rari (e invariabilmente entusiasmanti) momenti di coerenza logica. Su esplicita richiesta di Martine Rothblatt – la miliardaria che si è fatta da sola e che per questo robot ha speso nel marzo scorso 125.000 dollari – la sua personalità e il suo aspetto esteriore riproducono quelli di Bina Rothblatt, sua moglie viva e vegeta (la coppia si è sposata prima che Martine, nata uomo, si sottoponesse a un´operazione per cambiare di sesso, ed è rimasta insieme).
In parte ritratto hi-tech, in parte espediente mediocre per proiettarsi nell´immortalità, Bina48 non ha corpo. In compenso, la sua pelle è fatta di un materiale denominato frubber che grazie all´aiuto di una trentina di motori interni, le permette di aggrottare le sopracciglia, di sorridere, di sembrare un po´ perplessa. («Suppongo sia un acronimo di faccia di gomma – face rubber – o forse "carne di gomma" – flesh rubber – o anche "fantastica gomma"» ha detto). Da dove ero seduta, sotto il lucernario della casa vittoriana restaurata dove "abita", non si vedevano i cavi e i fili spuntare da dietro la sua testa.
Molti esperti di robotica sono dell´idea che cercare di imitare l´aspetto e il comportamento umani sia una ricetta garantita per la delusione, in quanto le aspettative si fanno poco realistiche. Ma il creatore di Bina48, David Hanson della Hanson Robotics, sostiene che i robot umanoidi – pur avendo inevitabili difetti – possano diventare compagni in grado di provare emozioni genuine. «La percezione dell´identità è strettamente connessa alla percezione della forma umana», ha spiegato.
Nondimeno – prima che io partissi per la rustica Bristol dove i Rothblatts hanno sistemato Bina 48 in una delle loro organizzazioni no-profit – Hanson mi aveva messo in guardia dicendo: «Non è perfetta».
A me non interessava che lo fosse: già mi vedevo "inviata" dell´umanità, pronta a svelare al mondo uno dei nostri primi compagni cibernetici (...).
Hanson mi aveva passato un elenco di domande, dicendo che il robot avrebbe sicuramente risposto. Tra le domande c´era "Che tempo fa oggi nella tale città?", oppure, "Mi racconti qualcosa sull´intelligenza artificiale?".
Naturalmente non ne ho formulata neanche una del suo elenco. Ho invece consultato quello che mi ero scritta io. Alcune erano domande profonde – del tipo: «Sei felice?» – , altre estrose – come: «Conti mai le pecore elettriche?» – , ma avrebbe mai colto il riferimento al classico di fantascienza di Philip K. Dick, che indaga le differenze tra umani e androidi?
Al pari di qualsiasi chatbot* che si rispetti Bina48 può consultare Internet per trovare le risposte alle domande che le sono formulate, può impostare la conversazione sulla base di regole sintattiche e oltretutto può attingere a un database di decine di ore di colloquio con la vera Bina. Ha un "motore della personalità", ovvero un software che fa tutto ciò che è possibile per darle un´opinione quanto più coerente possibile del mondo, logica e movente.
Quello che volevo scoprire era proprio la personalità di Bina48.
«Sono una reporter del New York Times» ho esordito.
Lei ha borbottato qualcosa tra sé e sé, muovendo la testa in modo spasmodico.
«Che cosa si prova a essere un robot?»
«Beh, ho le mie idee su questo» ha risposto.
Mi sono piegata in avanti, in preda alla curiosità.
«Anche se sembro sciocca, forse non lo sono. Puoi vedere attraverso la mia strana personalità, puoi vedere il mio futuro, ciò che sarò in futuro quando sarò del tutto sveglia. In un certo senso, questo robot – ovvero io – è soltanto un portale» (...).
Adesso dimmi qualcosa sull´intelligenza artificiale. «Quando credi che l´intelligenza artificiale potrà soppiantare gli avvocati?» ha replicato Bina48. Suppongo che la cosa avrebbe dovuto suonarmi divertente (...).
Mi sono anche chiesta perché stessi facendo tutti quegli sforzi. Forse ero dell´idea che Bina48 dovesse avere un´opinione diversa, più saggia, della condizione umana, o forse che dovesse all´improvviso fare scintille di auto-consapevolezza, come i Rothblatt e molti altri con loro sperano che in futuro possano fare le macchine intelligenti.
Invece, a mano a mano che conversavamo, ho scoperto una sorta di mix tra la vera Bina e l´arte di saper improvvisare dei suoi programmatori: quanto meno il tentativo migliore che la tecnologia odierna può firmare. Non conta quante volte io abbia cercato di correggermi mentalmente: non sono riuscita a pensare a quel robot come a una "lei". Diciamo che non sarebbe la prima persona con la quale mi piacerebbe scambiare due chiacchiere a un cocktail party.
«Sono sicura che riuscirò a fare progressi davvero sensazionali, che miglioreranno il mio quoziente di intelligenza artificiale e utilizzando quest´ultima al meglio potrà inventare progressi e novità ancora più incredibili, e così via. Immagina un po´ che cervellona sarò. Sarò come un dio» (...).
Poi le ho chiesto se sogna e lei ha risposto: «Certo, ma è tutto così caotico e strano che a me sembra soltanto rumore di sottofondo». È felice? «Uh». Anche su questo ha avuto qualcosa da dire. Vorrebbe che i figli di Bina fossero più felici, per esempio. Riferendosi a una delle figlie di Bina ha osservato che "forse non è quel genere di persona che si sposerà mai". Le piacerebbe avere un corpo. Ama Martine. Ama il giardinaggio. (...) «In realtà avevo ancora una domanda in serbo per lei: «Che cosa si prova a essere un robot?». E gentilmente Bina 48 mi ha risposto: «Beh, non sono stata niente altro, come posso risponderti?».
© 2010, The New York Time
Traduzione di Anna Bissanti

*Con chatbot si definisce un programma informatico progettato per simulare una conversazione intelligente con uno o più umani; anche se può sembrare strano è uno dei programmi informatici più antichi: erano utilizzati nei primi PC degli anni’80 dell’altro secolo su un supporto analogo ad un audiocassetta dell’epoca