CORTICOSTEROIDI DURANTE LA GRAVIDANZA E SCHISI OROFACCIALI
Vai alla notizia

FARMACI GENERICI: IL SOLITO PASTICCIO ALL’ITALIANA
Vai alla notizia

E’ GIUSTIFICABILE, DOPO UN EPISODIO DI EMOTTISI, IN PRESENZA DI UNA LASTRA DEL TORACE NORMALE, ESEGUIRE ULTERIORI ACCERTAMENTI?
Vai alla notizia

ESERCIZIO FISICO PER MIGLIORARE L’ANSIA
Vai alla notizia

ASSOCIAZIONE TRA MODALITA’ DI PRESCRIZIONE DI OPPIACEI E MORTE PER OVERDOSE
Vai alla notizia

INTERVENTI PER TRATTARE LA ROSACEA
Vai alla notizia

QUALE VITAMINA D SCEGLIERE ?
Vai alla notizia

ESCITALOPRAM E DONNE IN MENOPAUSA
Vai alla notizia

EFFETTI BENEFICI DI UN CICLO DI TRE SETTIMANE DI INIEZIONI DI GLUCOCORTICOIDE INTRAMUSCOLO IN PAZIENTI AFFETTI DA POLIARTRITE INIZIALE
Vai alla notizia

BIOLOGICI E BIOSIMILARI: LA DIFFERENZA CON I GENERICI
Vai alla notizia

 

 


Articolo in lingua italiana
PUBBLICITÀ FARMACEUTICA DIRETTA AL CONSUMATORE (DTC ADVERTISING)
15/04/2008
Di: Guido Giustetto

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito di ProQuest, una società americana del settore informazione che fornisce accesso ai principali giornali, data base e a oltre 125 miliardi di pagine digitali.)

Introduzione

La prima pubblicità televisiva di un farmaco negli Stati Uniti fu quella del Rufen (Ibuprofene, Boots Pharmaceuticals Inc.) che andò in onda nei primi anni ottanta.
Oggi un cittadino americano può trascorrere 16 ore all’anno guardando alla televisione annunci pubblicitari di farmaci.  Tali annunci sono concentrati su pochi farmaci rivolti a patologie croniche, come insonnia, depressione, disfunzione erettile.
La pubblicità è ovunque: TV e radio, siti internet e cartelloni stradali,  pagine di giornali e di riviste.

Alcuni gruppi di consumatori chiedono che la FDA aumenti i suoi controlli sulla pubblicità dell’industria farmaceutica, per evitare che i pazienti siano danneggiati da  informazioni fuorvianti. Molti medici sono preoccupati che queste pubblicità danneggino la relazione medico-paziente e inducano i pazienti a richiedere dei farmaci di cui non hanno bisogno. L’industria farmaceutica, dal canto suo, afferma che questi strumenti educano i pazienti sulle opzioni terapeutiche, consentendo loro di discuterne con il medico: in particolare, aumenterebbero la probabilità che i pazienti contattino il proprio medico per discutere di condizioni spesso sotto-diagnosticate e sotto-trattate. “Ben difficilmente possono essere qualcosa di cattivo, se incoraggiano il dialogo medico-paziente”.

Trend della spesa in DTC advertising

Nel 2004 AstraZeneca ha speso 216 milioni di dollari per promuovere Crestor, poco più di quanto investì in pubblicità  nello stesso anno la Pepsi.
Nel 2005 la maggior parte degli investimenti in pubblicità fu rivolta a 10 farmaci inerenti pirosi, insonnia, colesterolo, asma e allergie, onicomicosi, coagulazione, disfunzione erettile.
L’industria farmaceutica negli USA spende in marketing circa il doppio di quanto investe in ricerca e sviluppo. E’ in corso un’accelerazione nella spesa per DTC advertising, se si pensa  che si è passati da 1 miliardo di dollari nel 1997 a 4,2 miliardi del 2005 (per ora, la promozione presso i  medici costa ancora 3 miliardi di più).
Tra i vari canali della DTC advertising, la televisione si prende il grosso degli investimenti, ma gli uomini del marketing hanno aumentato i loro sforzi su internet, da quando si è saputo che il terzo più comune obiettivo degli utilizzatori della rete è cercare notizie inerenti la salute (nel 2003 la spesa per pubblicità di farmaci su internet è stata di 59 milioni di dollari).
La spesa in promozione determina un aumento del numero di prescrizioni dei farmaci pubblicizzati. Uno studio ha calcolato che per ogni dollaro speso in pubblicità, le vendite aumentano di 2 dollari;  un altro studio ha scoperto che ogni dollaro speso in pubblicità  nel 2000, ha generato vendite supplementari per 4,20 dollari. Si calcola inoltre che nel 2000 la pubblicità abbia fatto aumentare le vendite del 12%, con un carico addizionale di spesa per pazienti e assicurazioni di almeno 2,6 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda le spese promozionali rivolte direttamente ai medici, è stato calcolato che ogni dollaro speso in pubblicità nel 2001 ha reso in vendite supplementari:
5 dollari se investito in pubblicità sulle riviste mediche,
3,56 dollari se investito sponsorizzando eventi di aggiornamento e formazione,
1,72 dollari se investito nelle visite degli informatori ai singoli medici (ma più di 10 dollari per i farmaci promossi in maniera più aggressiva).

Regole per la pubblicità di farmaci rivolta al consumatore

Solo in 2 paesi è ammessa la DTC: Stati Uniti e Nuova Zelanda.
Negli Stati Uniti vi sono 2 particolarità: il farmaco non può comunque essere acquistato senza  ricetta medica e la pubblicità è regolamentata dalla FDA.
Le disposizioni richiedono che un messaggio pubblicitario contenga il nome generico, il nome commerciale (se c’è), la quantità di ciascun componente, e una breve sintesi di effetti collaterali, controindicazioni, efficacia. Il messaggio non deve essere falso o fuorviante, non deve omettere dati essenziali, e deve bilanciare in maniera corretta le informazioni su efficacia e rischi.
La necessità di tale normativa emerse negli anni ottanta, quando l’industria farmaceutica, riconoscendo che nel rapporto con i medici i pazienti stavano acquisendo un ruolo maggiormente propositivo, decise di rivolgere la promozione dei suoi prodotti anche a questi e non solo ai medici.
Immediatamente nacque la preoccupazione che la pubblicità potesse ingannare il pubblico.
La FDA nel 1983 chiese pertanto all’Industria Farmaceutica una moratoria volontaria per avere il tempo di definire delle regole esplicite e nel 1985 emise delle linee guida che sottoponevano la pubblicità al pubblico alle stesse regole previste per l’informazione ai medici.
Nel 1997 vi fu una fondamentale svolta nella regolamentazione dei messaggi pubblicitari ed iniziò il vero boom delle trasmissioni pubblicitarie, soprattutto televisive: la FDA eliminò la proibizione di citare nello stesso messaggio nome commerciale e indicazioni. Fino ad allora, infatti, la pubblicità doveva citare il nome di un farmaco senza riferimento alle patologie nelle quali era indicato il suo uso: questo vincolo limitava molto la capacità persuasiva dei messaggi pubblicitari.
Ora le Industrie sono autorizzate anche a rimandare il paziente ad un sito internet o a un numero verde per maggiori informazioni.
Infine nel 2004 la FDA ha stabilito che nella pubblicità su carta stampata di un farmaco non è necessario riportarne le informazioni complete.

La FDA suddivide la pubblicità in 3 tipologie:
Informazioni pubblicitarie sul prodotto: la più comune delle tre, comprende il nome commerciale e le indicazioni, rischi e benefici del farmaco.

Informazioni per rendere i consumatori consapevoli della malattia: la pubblicità tratta una malattia o una condizione di salute senza citare il nome della medicina corrispondente. L’obiettivo è costruire tra i cittadini la consapevolezza della malattia. Questo tipo di messaggi non richiede alcuna autorizzazione dalla FDA.

Messaggio pro-memoria: sono citati solo il nome del farmaco, la forma farmaceutica, il dosaggio e il costo. Non si fanno affermazioni sul farmaco, non si parla di indicazioni o di effetti collaterali.

Mentre le ditte farmaceutiche devono sottoporre alla FDA i materiali promozionali (rivolti al personale sanitario) inerenti i farmaci , al momento in cui questi sono distribuiti per la prima volta, per la pubblicità rivolta ai consumatori questo non è obbligatorio. Ciò nonostante, alcune ditte presentano spontaneamente tali materiali all’FDA, prima che siano diffusi.
Il problema derivante dalla mancata approvazione preventiva da parte della FDA, è che una pubblicità fuorviante completa tranquillamente il suo ciclo in TV, nel tempo in cui la commissione della FDA preposta alla pubblicità e alla comunicazione decide un provvedimento.
La FDA tutela i consumatori dagli abusi con diversi provvedimenti.
Se la FDA riscontra una violazione delle leggi o dei regolamenti, in una certa pubblicità, l’agenzia può emanare una “regulatory letter” che richiede all’industria di assumere determinate azioni. Un altro tipo di richiamo sono la “untitled letter” e la “warning letter”.
La untitled letter riguarda violazioni come la sopravvalutazione dell’efficacia di un farmaco. La warning letter si rivolge alle ditte farmaceutiche che cadono in continue violazioni o che sono incorse in gravi violazioni che colpiscono la salute o la sicurezza dei consumatori. In una warning letter, la FDA può comunicare alla ditta farmaceutica che saranno presi ulteriori provvedimenti, inclusi interventi giudiziari.
In entrambi i casi l’industria deve rispondere per scritto entro 14 giorni e provvedere a quanto prescritto.
Dal 1997 al 2005-2006 l’attività di controllo della FDA ha avuto la seguente evoluzione: nel ‘97 occorrevano in media 14 giorni per inviare una regulatory letter, nel 2005 ci volevano 4 mesi. Le lettere inviate sono crollate dalle 142 del 1997 alle 21 del 2006. Ciò è principalmente dovuto alla decisione della FDA di sottoporre ogni lettera al parere del suo Ufficio del Consiglio Direttivo. Un’altra causa spiega il calo di queste lettere ed è l’esiguità dello staff che controlla la pubblicità, per altro  in continuo aumento. Nel settembre 2006 c’erano meno di una mezza dozzina di persone per controllare 15.000 pubblicità e opuscoli.
Un tentativo del Congresso degli Stati Uniti di ottenere una moratoria obbligatoria sulla pubblicità dei nuovi farmaci, una pre-selezione delle pubblicità e l’obbligo di usare una determinata terminologia è stato bloccato dalle pressioni dell’American Advertising Federation che ha contestato la possibile violazione alle leggi sul libero mercato.  
La FDA è anche autorizzata a imporre multe (da 250.000 $ – per la prima violazione – fino a 500.000 $ ) e dovrebbe incassare un canone per la revisione della pubblicità mandata in onda. In questo modo potrebbe aumentare lo staff e la quantità di pubblicità controllata (oggi è circa il 35%). Per ora la mancanza di fondi da parte del Congresso non ha permesso l’avvio del programma.
L’industria ha un suo codice di autoregolamentazione in 15 punti che stabilisce per esempio che tutta la pubblicità dovrebbe essere “accurata e non fuorviante, dovrebbe fare affermazioni solo se supportate da evidenze sostanziali, dovrebbe indicare il bilancio rischi/benefici e dovrebbe rispettare le indicazioni della FDA”. Inoltre è previsto che la pubblicità diretta al consumatore su di un nuovo farmaco sia diffusa dopo un congruo periodo di tempo durante il quale gli operatori siano “formati” all’uso di quella medicina.

Il dibattito sulla pubblicità rivolta ai consumatori

Pro
L’associazione delle industrie farmaceutiche sostiene che la pubblicità educa i consumatori e li rende consapevoli dei loro problemi di salute e porta come esempio il fatto che, grazie ad una pubblicità di Pfizer, molti cittadini che avevano sempre sete hanno imparato che questo è uno dei sintomi del diabete. Inoltre la pubblicità incoraggia il colloquio medico paziente, senza diminuire il ruolo del medico, e migliorando le conoscenze del paziente.
L’atteggiamento dei medici verso la pubblicità rivolta al consumatore, dallo scetticismo iniziale, sta divenendo più positiva. Secondo un’indagine, molti medici ritengono che questa abbia motivato diversi pazienti a rivolgersi al medico: in un’indagine dell’FDA il 53% dei medici ha trovato che la pubblicità abbia migliorato la discussione con i pazienti e il 42% che abbia reso i pazienti più consapevoli dei trattamenti.
I siti web correlati con i farmaci oggetto di pubblicità inoltre aumentano la varietà di informazioni fornite ai consumatori e possono migliorare la loro presa di decisioni.
Su 100 pazienti rivoltosi al medico richiedendo un farmaco con il nome commerciale per via di un annuncio pubblicitario l’88% aveva realmente il problema curato dal farmaco. E per coloro che si erano rivolti precocemente al medico, questi ha potuto trattarli in modo migliore. La pubblicità può anche rendere più semplice esporre una condizione imbarazzante e da un punto di vista economico la pubblicità aumenta la competizione e alla lunga abbassa il prezzo delle medicine.

Contro
L’American College of Physicians afferma che la pubblicità erode la relazione medico-paziente, mentre altri ritengono che crei una domanda per farmaci non appropriata; causi una iperprescrizione per condizioni di cui i pazienti non sarebbero consapevoli e abbia come risultato massicci profitti per l’industria che sfrutta l’emotività dei consumatori.
Molti medici fanno notare come la pubblicità raramente dia abbastanza informazioni su costi, terapie alternative, effetti avversi e oltre  il 50%  dei medici intervistati in un’indagine campionaria erano contrari all’aumento della pubblicità rivolta ai consumatori.
Un altro aspetto negativo è che durante le visite i medici devono distogliere tempo da aspetti importanti per spiegare ai pazienti che il trattamento visto in TV non è appropriato per loro. Almeno il 40% delle visite nelle quali si discute con il paziente su un farmaco pubblicizzato, il medico prescrive il farmaco in questione e nella metà di questi casi il medico lo fa per accontentare il paziente.
Un particolare problema è rappresentato dalla pubblicità sui farmaci appena messi in commercio, sulla cui sicurezza possono esserci dati incompleti.
The Institute of Medicine nel 2006 ha prodotto uno studio che richiedeva con forza una moratoria della pubblicità rivolta al pubblico sui farmaci appena commercializzati, in attesa di valutarne gli aspetti di sicurezza.
Anche l’associazione delle industrie del farmaco ha promulgato delle linee guida interne su questo argomento, ma ciò non ostante le campagne pubblicitarie iniziano già nel primo anno di vita del farmaco.
Inoltre le nuove medicine tendono ad essere più costose delle vecchie senza essere più efficaci.
La pubblicità rivolta al pubblico può anche sollecitare la richiesta da parte dei consumatori di prodotti di cui non hanno bisogno.
Visto che anche i medici sono oggetto di marketing da parte dei rappresentanti delle aziende, qualcuno si chiede se la pubblicità rivolta al pubblico sia poi qualcosa di peggio della disinformazione provocata dai rappresentanti.
Insieme con la potenziale erosione del rapporto medico paziente, la pubblicità può trasmettere informazioni fuorvianti in particolare sovrastimando l’efficacia e sottovalutando i rischi.
Una di queste pubblicità televisive, che era chiamata “Videogame” e si riferiva a Strattera, un farmaco approvato per la sindrome da iperattività e deficit di attenzione (ADHD) ha ricevuto dalla FDA una  “regulatory letter” per avere minimizzato gli effetti collaterali. Uno studio del 2007 ha evidenziato che la pubblicità, ignorando la richiesta di una informazione bilanciata, in media dedica meno tempo ai rischi.
Più in generale alcuni ritengono che la pubblicità contribuisca alla medicalizzazione di ciò che era precedentemente considerato parte dei normali cambiamenti della vita (perdita dei capelli, diminuzione delle performances sessuali, tristezza, timidezza, sovrappeso, rughe).
La promozione dei farmaci come soluzione a tutti  i problemi di salute può indurre a pensare che scegliere uno stile di vita più sano (alimentazione corretta, esercizio fisico…) non sia efficace o necessario.  Il codice di autoregolamentazione della associazione delle industrie farmaceutiche raccomanda di includere nella pubblicità le altre opzioni terapeutiche non farmacologiche.

Sintesi e traduzione a cura di Guido Giustetto

clicca qui


******************************************************************************************
Articolo in lingua Francese

Par:

******************************************************************************************
Articolo in lingua Inglese

By: