CHIEDIMI SE SONO FELICE…
31/01/2010
Di Rosa Revellino

Il Prodotto Interno Lordo ha perso il suo appeal. Se infatti fino a pochi anni fa i suoi numeri erano l' indicatore principale, a volte esclusivo, dello stato economico di un paese e del benessere dei suoi abitanti, oggi esso non rappresenta più un efficiente termometro
Soprattutto questo indicatore non misura il livello di qualità di vita e di felicità di un paese.
A questo proposito, l’economista Ruut Veerhoven, dell' Università di Rotterdam, ha creato un "Database mondiale della felicità" in cui vengono registrati diversi parametri: la sua durata, la distribuzione, l’aspettativa sul futuro. Ecco quindi apparire all’orizzonte un nuovo concetto misurabile: la "Felicità Nazionale Lorda".
Strano incontro tra un concetto così sfuggente e d’interesse filosofico, come è la felicità, e un prodotto, concreto e misurabile come l’economia. Tuttavia, come dimostrano queste ricerche, la scienza economica sembra non voler più rinunciare alla speculazione del pensiero: Kant, Bentham, e forse anche Platone vengono richiamati all’appello per risolvere quello che l’arte dei numeri non è stata in grado di capire fino in fondo.
C’è però da dire che la felicità, come concetto astratto, è ad alto rischio di generalizzazioni e banalizzazioni: il denaro non dà la felicità, meglio poveri ma felici…
A tutto questo buonsenso di maniera, negli anni ’60 dell’altro secolo, il terribile Ennio Flaiano ribatteva con una delle sue folgoranti battute: “Se il denaro non dà la felicità, figurarsi la miseria”
Certo i soldi non daranno la felicità, come dimostrano due ricercatori del Mit (clicca qui), Abhijit Banerjee e Esther Duflo affermando che, spesso, i poveri non compiono scelte economicamente razionali “perché temono che possano cambiare il loro stile di vita”. Come anticipiamo dall’articolo, i poveri sono quindi anche conservatori e non fanno scelte economicamente razionali (tipo un nuovo fertilizzante) perché hanno paura che questo scuota il loro ritmo vitale.
Inoltre se nei paesi ricchi, il 15,84 per cento di chi risponde ai sondaggi sul livello di felicità dichiara di averne "il massimo grado”, nei paesi meno ricchi la percentuale è poco distante: il 13,47 per cento. Tuttavia non sembra essere del tutto convincente questa ricerca, in cui non viene mai citata né accennata la parola “miseria”.
Forse con la filosofia, e la sua forze speculativa, riqualificata come strumento di indagine, gli autori di questo studio hanno un po’ ecceduto: gli è scappata la mano.
D’altronde già Montale, poeta speculativo per eccellenza, non nascondeva il rischio insito in un concetto così fluido e sfuggente come quello della felicità: Felicità raggiunta, si cammina/per te sul fil di lama. / Agli occhi sei barlume che vacilla / al piede, teso ghiaccio che s'incrina…
Di seguito l’articolo di Repubblica del 14 gennaio 2010 che parla approfonditamente di questo curioso tema.
COME SI MISURA LA FELICITÀ DEI PAESI
Sei felice? Domanda impegnativa, a cui, probabilmente, verrebbe da rispondere "sì" solo un paio di volte nella vita, in momenti di particolare esaltazione. Eppure, è su domande come questa che la "scienza triste", come gli anglosassoni chiamano l' economia, lavora per uscire dalla prigione che lei stessa si è creata: la prigione del Pil. Dagli anni ' 30 del secolo scorso, i numeri del prodotto interno lordo sono diventati l' indicatore principe, a volte esclusivo, dello stato di un paese e del benessere dei suoi abitanti. Sommando la quantità e il valore dei beni e dei servizi prodotti in un paese (o, viceversa, i redditi dei suoi abitanti), il Pil è, in effetti, un efficiente termometro dello stato di un' economia. Un solo, magico, numero, che riassume milioni di numeri e che consente di fare paragoni e confronti fra diversi paesi e diversi periodi, di misurare ritmo e entità dello sviluppo. Il problema è che il prodotto interno lordo nulla ci dice di come effettivamente viva la gente, per non dire della sua felicità. Non ci dice neanche - da solo - se è aumentato perché i ricchi sono diventati più ricchi o i poveri meno poveri. Il presidente francese, Sarkozy, ne ha fatto un motivo di campagna contro la "tirannia" del Pil, probabilmente nella convinzione (in larga misura, peraltro, errata) che indicatori diversi consentirebbero alla sua Francia di risalire nelle classifiche mondiali. Sarkozy, tuttavia, ha buone ragioni dalla sua parte: la Corea del Sud, dal 1960, ha aumentato di 200 volte il prodotto interno lordo, ma questo non ha impedito al tasso di suicidi di raddoppiare. Il Pil, insomma, fornisce un' immagine parziale e deformata di una società. Ce lo diceva già, quarant' anni fa, l' indimenticato Robert Kennedy: "Il Pil misura tutto, tranne le cose per cui vale la pena vivere". Il paradosso del Pil è nella sua natura, indifferente al contenuto: raddoppiate il numero di testate atomiche, di anidride carbonica sputata nell' atmosfera, di bare per un' epidemia e il prodotto interno lordo sale di conseguenza. Siamo felici, dunque? In effetti, più di quanto si direbbe a prima vista. Nei sondaggi mondiali, in media una persona ogni 6-7 dichiara di essere al "massimo livello di felicità", concetto relativo, ma pur sempre significativo. Lavorando su questi dati, l' economista Ruut Veerhoven, dell' università di Rotterdam, aggiorna costantemente il suo "Database mondiale della felicità". Da buon economista, Veerhoven non si accontenta del dato grezzo, ma lo seziona e lo manipola per spremerne il massimo. Abbiamo, dunque, un primo indicatore, che ci dà la felicità media di una popolazione (su una scala da 0 a 10). Su 142 paesi, l' Italia è al posto 40, la Francia al 44, gli Usa al 20. Ma la felicità conta quando dura e Veerhoven ci fornisce anche la classifica degli "Anni di vita felice", ottenuta moltiplicando il livello di felicità per gli anni di aspettativa di vita. Negli Usa sono 58, in Italia 54, in Francia 52. La felicità media, naturalmente, non è uguale per tutti e Veerhoven registra le differenze all' interno delle singole popolazioni. Il paese in cui la felicità è distribuita più equamente è l' Olanda. Gli Usa sono al posto 26, l' Italia al 32, la Francia al 74, a metà classifica. L' ultimo indicatore non può dunque che essere la felicità, ponderata per l' ineguaglianza. I paesi che meglio combinano livello di felicità e sua distribuzione sono il Costa Rica e la Danimarca. Gli Usa fanno meglio dell' Italia, che fa meglio della Francia. La felicità, peraltro,è un concetto sfuggente e ancor più lo è la percezione della propria felicità. Se quello che vogliamo misurare non è la potenza di fuoco di un' economia, ma il progresso umano e civile, oltre che economico, di una società, i sondaggi non bastano. Ha detto Enrico Giovannini, oggi presidente dell' Istat: "Reddito, ma anche lavoro, inflazione, eguaglianza economica e sociale, tempo per le relazioni umane. Molti parametri contribuiscono alla felicità, intesa non come uno stato, un fatto strettamente personale, ma una categoria più ampia di benessere, che vada oltre la mera misurazione del reddito". E qui le cose si complicano. Negli ultimi anni, organizzazioni internazionali, come l' Ocse e la World Bank, sofisticati think tank hanno moltiplicato i convegni volti a individuare indicatori che misurino il progresso, anziché solo lo sviluppo. Si parla di "Felicità nazionale lorda", di "felicità economicamente sostenibile". C' è anche una nuova scienza apposita: la "sociestica" (o comunque vogliate tradurre il francese "sociestique"). Dietro questo spostamento di fuoco ci sono grandi trasformazioni mondiali, come la relativa diffusione dello sviluppo, che l' ha reso una necessità meno urgente e imperativa. E anche fenomeni sociali, come l' ubiqua ombra dei baby boomers. Dice Yoshizoe Yazuto, capo dell' Istat giapponese: "Con i baby boomers in pensione, le attività non economiche - come i divertimenti e il volontariato - diventeranno sempre più importanti". Festival e occasioni di impegno sociale diventeranno leve di benessere. A questo punto, però, per orientarsi e individuare un indicatore di felicità che assorba il Pil, e cioè lo sviluppo economico, senza perderlo del tutto di vista, servirebbero Aristotele o K a n t , o a l m e n o J e r e m y Bentham, piuttosto che Keynes o Malthus. Perché gli economisti ragionano sull' astratta razionalità umana, ma l' "homo oeconomicus" non è l' uomo felice. Due ricercatori del Mit, Abhijit Banerjee e Esther Duflo hanno dimostrato che, spesso, i poveri non compiono scelte economicamente razionali (tipo un nuovo fertilizzante) perché temono che possano cambiare il loro stile di vita. Ovvero, i soldi non fanno la felicità. Non è il solo luogo comune, vecchio proverbio, finale di vecchio film americano, in cui ci si imbatte. Leonardo Bechetti, dell' Università di Roma, spiega che il divario di reddito fra Nord e Sud, in Italia, non si replica in un divario di felicità. Del resto, nei paesi ricchi, il 15,84 per cento di chi risponde ai sondaggi dichiara di avere "il massimo livello di felicità". Ma nei paesi meno ricchi la percentuale è poco distante: il 13,47 per cento. Ovvero, i soldi non sono tutto. Ancora, sempre secondo Bechetti, "le classi di reddito più alte dedicano molto meno tempo alle relazioni interpersonali, con effetti negativi sulla felicità individuale". Ovvero, i soldi non comprano gli amici. Questo, naturalmente, dimostra solo che i vecchi proverbi e i film di Frank Capra sono veri. Ma come uscirne con qualcosa che ci dica non solo che abbiamo più soldi, ma che viviamo meglio? Il regno del Bhutan, sull' Himalaya, è l' unico paese in cui si calcola regolarmente l' Indice nazionale lordo di felicità. La Fnl, felicità nazionale lorda, è come il Pil, un numero unico. E' basato sul calcolo di indicatori sia oggettivi che soggettivi, dato che, in base ai principi buddisti, fra le due categorie non c' è differenza. In termini semplici, significa che, se si costruisce un ospedale, si misura anche la percezione psicologica che ne hanno gli utenti. Se non aumenta o non diminuisce il loro benessere, non conta. Finora, nessuno ha seguito l' esempio del Bhutan. Ma un tentativo ambizioso e robusto di misurare non la felicità e neanche il progresso, ma lo "sviluppo umano" è stato concepito, senza scomodare il buddhismo, poco lontano. E' l' Indice di sviluppo umano dell' Onu e uno dei padri è l' indiano Amartya Sen. L' indice di sviluppo umano combina sostanzialmente tre fattori: l' aspettativa di vita, l' alfabetizzazione degli adulti e il tasso di scolarizzazione dei giovani, il Pil pro capite, a parità di potere d' acquisto. Sen non ne era troppo soddisfatto, lo trovava semplicistico. Ma è un numero che cattura molte cose. L' Onu lo pubblica ogni anno. Nell' ultimo, dell' ottobre 2009, ai primi due posti dello sviluppo umano ci sono Norvegia e Australia. La Francia è ottava. Gli Usa tredicesimi. L' Italia diciottesima. - MAURIZIO RICCI